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Marzo 2009

Sotto il mango un racconto terribile



Ricordi di un vecchio missionario che non si da mai per vinto

Sono seduto sotto un mango, il Sudan ne è pieno, ma a nessuno è permesso coglierne i frutti: è l’albero sacro; si possono raccogliere solo quelli caduti in terra. Attendo un ragazzo... Ecco James Malauk, un “dinka” con un gran sorriso stampato in faccia per mostrarmi i suoi splendidi denti bianchi, lavati con un dentifricio particolare: la cenere dello sterco delle mucche. “Noi crediamo nella pace!”, mi dice. Ha dietro le spalle una storia di sofferenze, di fughe dalla guerra, di sacrifici inumani, di fame, di malattie... Quasi tutti i giovani del Sudan hanno terribili storie da raccontare. “Quando ti sposerai, James!”, gli dico. “Non ora! Ho due fratelli maggiori, devo aiutarli a trovare le mucche per sposarsi, così quando sarà la mia volta aiuteranno me!”. Già le mucche, la moneta per sposarsi! Mi raccontò che suo padre ne aveva solo 5 e non bastavano per far sposare i suoi figli, cioè per comperare le mogli nel mercato dei matrimoni. Capita una cosa strana: c’è chi ha 20 mucche e non le tocca perché sono il danaro per il matrimonio ma poi non ne hanno per il cibo, il vestito, la casa, l’istruzione, le medicine. Devono lavorare, i dinka, per mantenere vive queste bestie magre che servono a tutto eccetto che a sfamarsi. D’improvviso Malauk mi dice che desidera studiare. Per lui studiare significava imparare a riparare le automobili. “Voi padri, ce l’avete un posto per farmi studiare?”. Non vuole fare altri mestieri che il motorista; il riparatore di automobili gli appare il lavoro del futuro, un po’ come per gli occidentali l’informatica. Ma c’è un altro problema che ostacola i desideri di giovani come Malauk: i genitori non riescono a capire per quanti sforzi facciano perché mai i loro figli debbano andare a scuola. Questa storia della scuola sembra più una stramberia che altro, e soprattutto è un’invenzione dei bianchi colonizzatori. In una società contadina la scuola non è rilevante. Tutt’altro. Essa è solo un peso, spesso insopportabile. Fin dalla più tenera età i figli devono produrre non stare tutto il giorno seduti per terra a sentire uno che parla e che poi li costringe a perdere altro tempo per tracciare segni inutili su dei fogli bianchi. Loro sono diventati grandi, si sono sposati, hanno tirato avanti una famiglia, hanno insegnato l’essenziale ai propri figli, senza bisogno di perdere anni a imparare cose inutili, mentre quelle utili non c’è bisogno che gliele insegni uno sconosciuto, bastano loro e lo sanno fare meglio di chiunque altro. Ma c’è di peggio qui intorno. Venti anni di guerra hanno prodotto devastazioni inimmaginabili. Decine di pozzi, vitali per i pastori dinka, sono diventati inservibili, perché trasformati in tombe di soldati ammazzati durante l’interminabile carneficina della guerra fratricida. C’erano anche decine di scuole, ma sono mozziconi inservibili. In massa i contadini di Rumbeck sono sfollati a Tonj, ma non si sono ricostruiti una vita: la guerra ha distrutto anche la loro volontà di reagire. La città è piena di dementi, di ubriachi, di miserabili che non sanno come sbarcare il lunario. Vi dominano l’incertezza e la paura. Tra i pochi coraggiosi che in città cercano di salvare il salvabile, soprattutto vite umane dalla degradazione, ci sono i salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice. Ma sono una goccia nel mare. I dinka rimasti nelle campagne non hanno più la forza di coltivare i campi, e tirano avanti una vita di stenti. A tre anni dalla fine della guerra la rabbia cova ancora dentro le menti e le coscienze contro i soldati che hanno loro portato via tutto. Il risultato è che i giovani che possono fuggono all’estero con tutti i mezzi, a volte affrontano viaggi rocamboleschi che spesso finiscono in tragedia. Ma è meglio affrontare la morte che vivere nella loro terra come morti viventi. Salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice stanno cercando con ogni mezzo di ridare alla gente nuove motivazioni per continuare a vivere e sperare. Essi agiscono soprattutto attraverso le scuole, soprattutto quelle professionali, e gli ambulatori medici. Sotto il mango, la bianca barba di padre Vincent continua a tremare, perché egli non smette mai di parlare della sua Africa, dei suoi ragazzi e delle loro incredibili storie.